Ti amo ma niente di serio

29890638

di Anna Chiatto

Formato: Ebook, 215 pp.
Editore: Piemme, 2016
Genere: Rosa, Chick-lit
Data prima pubblicazione: 2016
COPIA OMAGGIO DALL’AUTRICE

So che una copertina così zuccherosa è abbastanza strana su questo blog e in effetti il libro in questione non fa parte delle mie usuali scelte letterarie; nel caso di “Ti amo ma niente di serio” ho però fatto un’eccezione a causa della bella email ricevuta dall’autrice che mi ha molto colpito per il suo contenuto. Inoltre ogni tanto mi piace uscire dalle mie solite letture e osare anche dove non sono certa di colpire nel segno.

Per quanto riguarda il mio gusto personale, la lettura di questo libro non ha fatto mutare la mia opinione riguardo questo genere letterario e specialmente la sua variante chick-lit (nella quale mi sento di far rientrare “Ti amo ma niente di serio”), caratterizzata da storie che vedono protagoniste solitamente giovani donne in carriera e rigorosamente single, ricche di battute ironiche e condite da episodi divertenti, spesso basati su equivoci e incomprensioni, e nelle quali il “lui” di turno è generalmente un pezzo di manzo stratosferico.

Non è tanto il fatto che si tratti di storie leggere e di intrattenimento – non mi ritengo una lettrice “snob” e come mi piace leggere romanzi impegnativi, mi diverto anche a leggere libri che mi facciano semplicemente viaggiare con l’immaginazione o che mi intrattengano e mi strappino un sorriso – e nemmeno che il genere sia inflazionato e popolato di cliché (io sono una patita di gialli, che sono a rischio stereotipo tanto quando i romance). Il mio problema con questi romanzi sta principalmente in due aspetti: il primo è il tipo di ironia che utilizzano, spesso caratterizzata da uno spiccato cinismo, che a me proprio non fa ridere anzi, solitamente mi irrita. Inoltre le protagoniste sono sempre troppo iperattive per i miei gusti, piene di ansie inutili e che fanno mille sceneggiate perché gli si è rotta l’unghia o si è spezzato il tacco (ecco, questo grazie al cielo qui non c’è: in “Ti amo ma niente di serio” la protagonista è si abbastanza isterica, ma non in modo talmente eccessivo da darmi sui nervi).

Il mio secondo problema con i romanzi rosa sono le coincidenze o le trovate spesso irrealistiche che vengono inventate per smuovere un po’ le acque (e anche in questo romanzo ce ne sono un paio con le quali sono stata tentata di chiudere tutto e dire “ok, non fa per me”) e che io davvero non riesco ad apprezzare; ho notato inoltre che tra tutti i romanzi “commedia” che ho letto finora (non molti a dire il vero) quelli che ho apprezzato di più erano quelli al cui centro non c’era una coppia ma qualcos’altro: un’amicizia, il rapporto tra sorelle, il rapporto tra compaesani. E l’amore arriva solo dopo, quasi in sordina, perché la storia potrebbe tranquillamente reggere anche senza di lui.

Considerata questa premessa utile per capire il modo un cui mi sono approcciata a questo libro, vi posso dire che “Ti amo ma niente di serio” è una storia allegra, leggera e frizzante che ci permette di seguire le (dis)avventure di una wedding planner in carriera e sorridere nel vederla organizzare i matrimoni più improbabili e nel contempo gestire le sua vita sentimentale. Lo stile narrativo è, come avevo già anticipato, caratterizzato da un forte uso dell’ironia e da dialoghi fatti da botta e risposta serrati, molto cinematografico e molto fluido: non ci si incarta e non ci si annoia, questo è certo. Ogni tanto capita di incontrare qualche dialogo con le parole – come le chiamo io – “strascicate” (non so se ci sia un termine più tecnico, nel caso fatemelo sapere), ovvero quelle in cui si ripetono graficamente le vocali per simulare un urlo, ad esempio: «Emmaaaaaaaaaaaa!!» e anche questa è una scelta che non amo particolarmente (anzi, diciamo che non la sopporto, tanto per cambiare ^_^) e la scrittura è molto confidenziale.

Per tirare un po’ le fila di questa disordinata accozzaglia di parole che chiamo recensione mettiamola così: se tutto quello che ho scritto finora vi ha fatto pensare che sono una precisina rompiscatole allora leggete questo romanzo: vi divertirà sicuramente perché non è un libro improvvisato ma rispetta perfettamente i canoni del genere, ha un buon ritmo e si lascia leggere bene. Se invece ritenete che ciò che ho scritto sia ciò che vi porta a non apprezzare un libro allora forse “Ti amo ma niente di serio” non fa per voi. Fanciulle avvisate!

Il libro di Miss Buncle (Miss Buncle, #1)

13558165

(Miss Buncle’s Book)
di D.E. Stevenson

Formato: Brossura, 328 pp.
Editore: Astoria, 2011
Genere: Narrativa varia
Data prima pubblicazione: 1934

Immaginate un piccolo paesino situato nella campagna inglese negli anni trenta del novecento: una chiesa, un fornaio, tanti piccoli cottage provvisti ciascuno del proprio giardinetto e soprattutto pochi abitanti che, naturalmente, sanno sempre tutto di tutti. Immaginate che un giorno alla più insospettabile tra le abitanti di questo paesino  – quella che si veste sempre in modo orribile e che è così poco originale, forse anche un po’ stupida – venga in mente, per rimpinguare le sue finanze ormai quasi completamente esaurite, di provare a scrivere un libro e che, non essendo dotata di particolare fantasia o creatività, attinga a piene mani dalla sua vita e dalle persone che condividono con lei una monotona esistenza fatta di pettegolezzi, giardinaggio, messa e ancora pettegolezzi. Aggiungiamo alla ricetta il fatto che il libro diventa immediatamente un best seller cosicché nel giro di poche settimane gli abitanti di Rivargenton si ritrovano esposti agli occhi di tutti – con le loro ipocrisie e i loro difetti – all’interno delle pagine di un romanzo: il risultato potete facilmente immaginarlo anche voi.

La storia raccontata da D.E. Stevenson (Dorothy Emily Stevenson, cugina di R.L. Stevenson) è veramente deliziosa, soprattutto grazie ai personaggi che la animano tra i quali si nascondono elementi come la dispotica Mrs. Agnelli di Featherstone, il burbero ma tenero colonnello Capovent o la cacciatrice di dote Vivian Verdimanicy, ciascuno con il proprio ruolo all’interno della ristretta comunità di Rivargenton. Il racconto alterna il punto di vista della protagonista a quello di molti altri personaggi, il che ci permette di confrontare la loro versione “letteraria” presentata da Miss Buncle nel suo libro, con la loro versione originale e di vedere come la lettura di Disturbatore della quiete pubblica, il romanzo pubblicato sotto lo pseudonimo di John Smith, li risveglierà dal loro torpore quotidiano.

8da8b3e38c5297b0b2e54c794e70dd4bPer essere stato scritto negli anni ’30, poi, “Il libro di Miss Buncle” è davvero avanti: due delle abitanti di Rivargenton sono chiaramente lesbiche e che vengono ammirate per la loro determinazione nell’andare avanti per la propria strada senza curarsi delle maldicenze. Ci sono uomini che, con tutta la naturalezza del mondo, confidano i propri problemi amorosi alla migliore amica d’infanzia, che incoraggiano l’intelligenza e l’intraprendenza delle proprie mogli e mariti che modificano il loro modo di pensare da “padre padrone” dopo essere stati messi di fronte all’indecenza del proprio comportamento. La stessa Miss Buncle, che si risolleva da sola dalle proprie disgrazie economiche attraverso un’idea vincente che è tutta e solo farina del suo sacco, è un modello di donna che sa badare a se stessa.

Insomma, se siete in un periodo da blocco del lettore o semplicemente avete bisogno di una lettura di qualità ma allo stesso tempo leggera, divertente ed ironica “Il libro di Miss Buncle” è il romanzo perfetto. Nelle mie solite ricerche su google ho scoperto che l’autrice ha scritto più di quaranta romanzi, tutti incentrati sulla vita all’interno di piccole comunità, tra cui altri due libri della serie di Miss Buncle. Tra questi, solo il secondo volume è stato pubblicato in Italia (sempre da Astoria) ma non vi rivelerò il titolo perché è un mega-spoiler sulla conclusione del primo.

Il lavoro più (in)adatto a una donna

il-lavoro-piu-inadatto-a-una-donna

di Chiara Santoianni

Formato: Ebook, 98pp.
Editore: CentoAutori, 2011
Genere: Autobiografia
Data prima pubblicazione: 2011
LIBRO RICEVUTO IN OMAGGIO DALL’AUTORE

Alzi la mano chi da bambina o da ragazza non ha avuto una mamma, una nonna, una zia o chi per lei che prima o poi ha pronunciato la fatidica frase: “l’insegnante è il lavoro più adatto per una donna”, con annesso tentativo più o meno insistente di spingervi verso quella scelta. Io personalmente l’ho avuta e si tratta della mia nonna materna la quale, scampata al destino di professoressa di matematica – e meno male, poveri ragazzi… hitleriana come è sempre stata (era il mio incubo quando dovevo fare i compiti con lei) – non si è mai tolta dalla testa il fatto che “ti permette di avere le vacanze lunghe” e ha quindi sempre cercato di incoraggiarmi ad intraprendere quella carriera.

Ho scritto “incoraggiarmi” perché io per prima fin da piccola non disdegnavo l’idea di diventare insegnante (di scuola primaria però), tanto che all’università ho anche frequentato un anno di scienze della formazione primaria (e tralascerò gli stupidi motivi per cui l’ho abbandonata), ma nella mia mente tutto c’era tranne il pensiero di farlo per avere la maternità assicurata o le vacanze lunghe! Tanto per dirne una, sono stata la prima che, a lezione di pedagogia generale, ha alzato convinta la mano alla domanda della professoressa su chi pensasse che il mestiere dell’insegnante fosse una vocazione e nonostante adesso sia un po’ meno idealista di quando avevo vent’anni, sono comunque convinta che il mestiere dell’insegnante sia uno di quei lavori in cui la profonda motivazione sia un ingrediente fondamentale perché si tratta di un lavoro di grande responsabilità sociale. Purtroppo anche questo libro ha rafforzato l’idea che, almeno in Italia, forse è solo chi ha scelto di fare questo mestiere con l’idea di divenire il paladino della cultura e salvatore delle nuove generazioni a pensarla in questo modo.

Come forse avete capito questo piccolo libriccino mi ha dato molto a cui pensare, ma prima di dirvi esattamente quali turbamenti ha scatenato nella mia coscienza civica preferisco parlarvi del libro stesso e della storia che racconta: “Il mestiere più (in)adatto a una donna” narra l’esperienza autobiografica di Chiara Santoianni che si ritrova, dopo la laurea in Lettere, a tentare l’inserimento nel mondo della scuola. Il suo stile narrativo è piacevole e il libro si legge tutto d’un fiato, sia perché breve ma soprattutto perché molto scorrevole. L’autrice inizia il suo percorso come docente in alcune scuole della periferia di Napoli per poi passare a dei ruoli di tipo amministrativo e di supporto alle attività didattiche (che come lei stessa dice spesso nel libro, le appartengono di più) per poi essere di nuovo rimbalzata tra cattedre nelle zone bene della città e poi nuovamente in periferia, per finire con la conclusione che forse quello dell’insegnante non è il lavoro più adatto per lei.

L’impostazione che la Santoianni dà al racconto è ironica e tende a mettere sul ridere le situazioni che si trova ad affrontare durante la sua seppur breve carriera. Lette da fuori, però, le sue esperienze sono al limite dell’incredibile: insegnanti completamente impreparati ad affrontare le classi che si trovano di fronte (ma la laurea specialistica, ex SILS o come si chiamava, non prevedeva materie come la didattica, la psicologia dell’età adolescenziale, i disturbi di apprendimento… a logica ero convinta di si ma dopo aver letto questo libro mi viene il dubbio: possibile che si insegnino solo per la preparazione degli insegnanti di scuola primaria e non per chi deve gestire classi di 20/30 adolescenti? Ripeto la parola magica: adolescenti) e la cui preparazione – sia a livello di competenze di didattica che banalmente di procedure scolastiche – sia lasciata esclusivamente all’iniziativa personale, cosicché se un insegnante ha davvero scelto di intraprendere quella carriera per farsi le vacanze lunghe può beatamente trascorrere le ore di lezione a leggere il giornale e magari continuare ad avanzare in graduatoria?  E non ho ancora parlato delle classi: gli esempi portati dalla Santoianni raccontano di ragazzi ingestibili, rumorosi, agitati, che mettono “i piedi in testa” all’insegnante come se nulla fosse e senza che l’insegnante stessa riesca a fare nulla, inclusa lezione.

Le domande che non riesco davvero a non pormi a fine lettura sono tante: innanzitutto, si tratta “solo” di un problema localizzato geograficamente o la situazione è così drammatica in tutta Italia? Nel libro non si parla solo di periferie, in cui la situazione credo sia difficile ovunque, ma anche di una scuola della “Napoli bene” frequentata da figli di famiglie di cultura alta o medio-alta nella quali i ragazzi ignorano completamente la propria docente, come se non fosse presente nella classe, proseguendo imperterriti ad occuparsi degli affari loro, urlando, uscendo dalla classe, lanciando oggetti. Senza dubbio posso anche trovarmi d’accordo nel dire che l’insegnante non sia in grado di gestire la classe, ma come può impararlo? Chi lo forma e in che modo? Perché le convinzioni da crocerossine della cultura non bastano se si viene gettati nell’arena come gladiatori a mani nude contro i leoni.

Direi che è abbastanza chiaro come questa lettura mi abbia lasciata completamente interdetta: non conosco il mondo della scuola successivo alla mia maturità (2004) e non ho idea di come si sia evoluto. Personalmente nelle scuole che ho frequentato non ho mai assistito ad episodi simili: da sempre i ragazzi tendono ad approfittarsi degli insegnanti più “deboli” e meno carismatici ma non mi è mai successo di sentire di gente che gioca a carte mentre il docente spiega o che ne sfida l’autorità in maniera così plateale come accade in questo libro.

Se avete avuto esperienze scolastiche negli ultimi anni, in qualsiasi ruolo, mi piacerebbe sentire la vostra opinione in proposito così da avere un quadro più ampio della situazione (e perché no, magari tranquillizzarmi un po’ sulla situazione delle nostre scuole); io nel frattempo credo che darò l’avvio ad un nuovo “ciclo” di letture dedicandomi all’argomento scuola. Chissà mai che riesca a chiarirmi meglio le idee…

Vincitore Giveaway “Briciole”

BannerGiveaway

Finalmente ce l’ho fatta! Esordisco subito chiedendo scusa a tutte le partecipanti: avevo promesso di fare l’estrazione la scorsa settimana ma purtroppo non ce l’ho fatta e non sono riuscita a trovare il tempo nemmeno nel weekend, avendolo trascorso interamente ad un corso di formazione a Roma… in ogni caso, meglio tardi che mai, siamo qui pronti per l’annuncio.

Purtroppo con mio dispiacere mi sono accorta che alcune persone che si sono iscritte al post introduttivo non hanno poi seguito le tre tappe minime necessarie per poter partecipare il giveaway. Peccato, ma in realtà una chance in più per chi invece ha seguito alla lettera il regolamento e anzi, ha commentato tutte ma tutte le tappe!

La fortunata vincitrice di “Briciole” è…….. Alice Biolcati alias Not Loved!

vincitrice

COMPLIMENTI!!!!!

Ti contatto per email così da permetterti di lasciarmi il tuo indirizzo che comunicherò alla casa editrice.

Grazie a tutte le altre partecipanti, è stato il mio primo giveaway e mi sono divertita moltissimo!!

Settima e ultima tappa BlogTour: “Briciole”

BannerGiveaway

Ed eccoci qua, giunti all’ultima tappa di questo blog tour, il primo per me ma che mi sono davvero tanto tanto divertita ad organizzare. Devo ringraziare moltissimo tutte le sei amiche blogger che hanno accettato di ospitare le Briciole e anche tutti voi che avete partecipato con tanto entusiasmo.

Per tutta la giornata di oggi ci sarà tempo per iscriversi, quindi se ancora non l’avete fatto correte a leggere il post introduttivo e seguite le istruzioni: c’è ancora posto nella pasticceria!! Adesso come sempre vi lascio la trama e i dati del libro.

CopertinaBriciole2

Titolo: Briciole
Autori: Lorenzo Naia (testi), Roberta Rossetti (illustrazioni)
Edizione: VerbaVolant, pag.64
Prezzo: 15,00 €

Ogni giorno nella Parigi dei primi del Novecento tante briciole di dolci si sentono scartate e rifiutate e vagano sconsolate per la città senza capire il perchè della loro triste sorte. Brisè, una briciola di tartelletta alla frutta, avanza verso l’Arco di Trionfo senza sapere che di lì a poco avrebbe incontrato tante altre briciole come lei: Tarte Tatin, Croquenbouche, Savarin, Eclair e tante altre… Seduta su una buccia di banana ai Jardins des Tuileries, una briciola di Churros, Pepito, regala preziosi consigli alle briciole rimaste orfane di impasto e le condurrà da Bibì, uno sfortunato ma tenace pasticcere della rue de Bièvre che non riesce ad attirare clienti nel suo negozio. Tutte le briciole si uniranno a un impasto di Bibì dando vita a un dolce molto speciale: ad assaggiarlo per prima sarà Marie Riderot, una spietata critica gastronomica della prestigiosa rivista “Paris Gourmet” fortunosamente giunta in pasticceria per ripararsi da un temporale. Un’esplosione di gusti che farà meritare a Bibì una fantastica recensione sulla rubrica “Saint Honorè”.

L’ultimo dolce del blog tour è il protagonista assoluto della storia, l’esplosivo risultato del lavoro delle nostre Briciole. Sto parland0 della

TARTELLETTE
la ricetta di Bibì

Tartellette

Bibì ci ha svelato la sua ricetta per preparare circa 24 piccole tartellettes alla frutta! Prima la frolla, poi la crema pasticcera e infine le decorazioni…

Ecco gli ingredienti per la pasta frolla: 150 g di farina 00, 50 g di zucchero, 1 tuorlo, 100 g di burro, 1 limone (la scorza grattugiata), mezza bustina di lievito per dolci.

Lavorate con la punta delle dita il burro e lo zucchero, aggiungete il tuorlo e la farina con la scorza di limone, il lievito e un pizzico di sale. Formate una palla e lasciatela riposare; dopodiché stendete l’impasto con un mattarello e ricavate con un coppapasta 24 dischi con cui foderare lo stampo da tartellettes. Cuocete in forno fino a quando iniziano a dorare. Per la crema pasticcera, invece, occorrono 3 tuorli, 70 g di zucchero, 30 g di farina 00, 250 ml di latte, 1 baccello di vaniglia.

Lasciate insaporire il latte con la vaniglia, dopodiché mettetelo in un pentolino insieme a metà dello zucchero e, a fuoco acceso, mescolate velocemente con una frusta. A parte, sbattete i tuorli e il restante zucchero e poi unite la farina. Quando il latte sarà giunto quasi a bollore, versatelo sul composto di tuorli e rimettete sul fuoco. Lasciate bollire sempre mescolando con le fruste per circa un minuto. A questo punto spegnete il fuoco e lasciate raffreddare.

Infine, decorate con frutta fresca mista di stagione e se siete particolarmente bravi, lucidate con gelatina neutra o di albicocche.

Mi raccomando, se deciderete di provare a cucinare le tartellette, mandatemi una foto! E adesso, per l’ultima volta, il quiz! Dovrebbe esservi avanzata un’unica briciola… qual’è la Tartellette?

Bricioline

Vi ricordo qui sotto i nomi di tutti i blog che hanno partecipato e vi do appuntamento alla prossima settimana per l’estrazione del vincitore!!

Il pozzo dei sussurri

Café Litteraire da Muriomu

Da una stella cadente all’altra

Ombre Angeliche

Libri di cristallo

La tartaruga si muove

Arrivederci piccole donne

Arrivederci-Piccole-Donne

(Hasta siempre, mujercitas)
di Marcela Serrano

Formato: Brossura, 238pp.
Editore: Feltrinelli, 2006
Genere: Narrativa contemporanea, Saghe familiari
Data prima pubblicazione: 2002

Il primo impatto con questo romanzo è stato piuttosto traumatico: forse sono io ad avere una visione limitata della letteratura sudamericana ma finora tutti i romanzi provenienti dal Sud America da me incontrati erano accomunati da una scrittura carnale e sensuale, dall’immersione totale in un mondo fatto di odori, di sapori e di sensazioni fisiche che diventano reali anche quando in realtà ci troviamo semplicemente sul nostro divano a divorare pagine.  Nel libro della Serrano tutto questo non l’ho trovato ed è stata dura accettarlo; in realtà poi, una volta superato il primo capitolo, narrato dal personaggio a mio avviso meno interessante dell’intera vicenda, mi sono trovata completamente coinvolta dalla storia e delle quattro cugine Martìnez e della loro famiglia e non mi sono scollata dalle pagine della Serrano fino a quando non sono arrivata alla fine.

La storia è narrata alternando il punto di vista delle quattro protagoniste e ci trasporta prima nel Cile degli anni sessanta, durante la loro infanzia, per poi attraversare le epoche fino ai giorni nostri dove le ritroviamo adulte e alle prese con le conseguenze delle loro scelte di vita. I diversi capitoli ci presentano un quadro della loro infanzia e adolescenza trascorsa al Pueblo con la nonna, una donna forte e molto simile a quelle figure di matriarche di cui la letteratura sudamericana è ricca, i cugini, gli zii, le invidie, le amicizie e le passioni che hanno segnato le loro esistenze, per poi raccontarci il presente e la loro condizione di donne adulte che si ritrovano finalmente insieme in occasione del funerale di una delle figure fondamentali della loro vita al Pueblo.

Raccontato così, è esattamente il tipo di libro per cui vado pazza. In realtà, nonostante avesse tutti gli elementi per entusiasmarmi, il romanzo della Serrano è rimasto sempre un po’ troppo distaccato per potermi davvero conquistare. Dal punto di vista del rapporto tra i personaggi non si arriva mai a quelle emozioni viscerali a cui, ad esempio, Isabel Allende mi ha abituato, la cornice storica c’è ma non si vede più di tanto, non è davvero presente anche quando tocca direttamente e in modo intenso uno dei personaggi, il Cile non si respira e la storia stessa avrebbe potuto essere ambientata in qualsiasi luogo del mondo. Infine manca a mio parere una caratterizzazione ben precisa delle quattro protagoniste: quando la voce narrante cambia, non vi sono differenze con quella precedente e, se non fosse perché ci si rende conto di essere immersi in un diverso contesto rispetto a quello che appena lasciato, le voci delle diverse protagoniste potrebbero tranquillamente confondersi l’una con l’altra.

Il mio primo incontro con la Serrano, dunque, non è stato particolarmente entusiasmante; cercando sui vari siti di recensioni ho però notato che in molti hanno evidenziato come Arrivederci piccole donne non sia una delle sue migliori prove letterarie, così credo che aspetterò di leggere almeno un altro suo romanzo prima di chiuderle definitivamente la porta in faccia.

Primerighe: Al giardino ancora non l’ho detto – La primula rossa

era-una-notte-buia-e-tempestosa

Come vi destreggiate, nell’immensa offerta che ci offrono librerie e biblioteche, per scegliere quali libri leggere e quali, per forza di cose, lasciare indietro? Io spesso mi affido alle prime righe di un romanzo: se l’incipit è accattivante, difficilmente il seguito sarà deludente. Così ho pensato di presentarvi gli incipit che maggiormente mi colpiscono durante le mie ricerche di nuovi spunti letterari. Magari verrà voglia anche a voi di proseguire la lettura…


piatto-Pia-Pera

AL GIARDINO ANCORA NON L’HO DETTO, di Pia Pera
Ponte alle Grazie – 160 pagine

Un giorno di giugno di qualche anno fa un uomo che diceva di amarmi osservò, con tono di rimprovero, che zoppicavo. Non me n’ero accorta. Era una zoppia quasi impercettibile, poco più di una disarmonia nel passo, un ritmo sbagliato. A lungo non se ne comprese il motivo. La sensazione era che mi si stesse seccando la gamba destra, come talvolta capita che su un albero secchi un ramo. Stavo io stessa appassendo. Morire non era più una speculazione intellettuale, stava realmente accadendo. Molto lentamente e prima del previsto. Lasciandomi forse il tempo di scrivere in presa diretta del giardiniere di fronte alla morte.

Anche se, in un certo senso, non ero più un giardiniere. Non in prima persona, o molto poco. Vangare, zappare, tagliare l’erba, proprio non se ne parlava più. Anche raccogliere era diventato complicato: mi mancava l’equilibrio, prima di staccare frutti e ortaggi dovevo poggiare il mio instabile corpo a un qualche sostegno, spesso un bastone tra le gambe. Posavo il cesto per terra, perché di mani libere ne restava una sola. Col tempo mi sono abituata a considerare il corpo come una sorta di grosso pupazzo che potevo spostare ma non fermare – a meno di trovare dove metterlo, capire come puntellarlo. Bastava un appoggio anche minimo. Un ginocchio contro il bordo di una sedia, la testa contro il muro, anche soltanto un dito contro il tronco di un albero. Compresi che non avrei realizzato il mio desiderio di morire sulle mie gambe. Qualcosa che ero avvezza a considerare mio sacrosanto diritto. Qualcosa di cui, per anni, ero stata fiera in anticipo. Troppo anticipo.

Cercalo in biblioteca

cover

LA PRIMULA ROSSA, di Emma Orczy
Salani Editore – 336 pagine

Una folla varia, irrequieta, tumultuosa, si addensava in quel tiepido pomeriggio del settembre 1792, poco prima del tramonto, nelle immediate vicinanze della porta occidentale di Parigi. Il suo aspetto e il suo contegno formavano un impressionante contrasto con la gaia tranquillità dell’ora, poiché nei singoli volti di quanti la componevano si rispecchiavano, evidenti e terribili, le violente passioni e gli odi implacabili del tragico momento che la Francia attraversava, mentre nei loro discorsi e nelle loro imprecazioni trovava sfogo brutale quanto di meno nobile si nasconde in fondo alla natura umana.

Quasi tutti tornavano dalla piazza di Grève, dove anche quel giorno la ghigliottina aveva compiuto, senza tregua e senza risparmio, la sua opera cruenta, e ora si riversavano alle diverse uscite della città per correr dietro a un altro spettacolo, meno sinistro ma altrettanto gradito e interessante.

La formidabile tempesta politico-sociale che aveva sconvolto dalle fondamenta la vecchia società francese si trovava allora nel periodo culminante della sua attività distruttrice. A decine, a centinaia, i figli della nobiltà, dai nomi altisonanti, lasciavano ogni giorno la testa sul patibolo, spesso vittime innocenti delle colpe e della folle imprevidenza degli alteri antenati e le liste di proscrizione, sempre più lunghe e più folte, mettevano un brivido di terrore in quanti fra i partigiani dell’antico regime erano fino allora sfuggiti all’attenzione del Comitato di Salute Pubblica.

Presi da invincibile paura, smarriti, abbattuti in quell’atmosfera satura di odio e di sospetti, si nascondevano sotto falsi nomi e, sotto molteplici travestimenti, tentavano con mille artifici di uscire dalla città avida di sangue, di riparare all’estero, in Inghilterra o in Germania, dove la voce pubblica li accusava di ordire trame contro l’esistenza stessa della Repubblica incitando i governi stranieri all’intervento armato.

Ed erano questi quotidiani tentativi di fuga che destavano l’ardente curiosità del pubblico e costituivano uno dei suoi maggiori divertimenti. Perché ogni pomeriggio, mentre le carrette addette ai mercati uscivano dalle porte di Parigi per il necessario approvvigionamento, qualche aristocratico, approfittando della confusione e dell’ingombro formato dai veicoli di ogni dimensione, cercava di evadere sotto gli occhi stessi delle guardie civiche messe a vigilare rigorosamente tutte le barriere.

Uomini in abiti femminili, donne vestite da uomo, gran signori coperti di ignobili stracci, giovanotti che affettavano il passo cadente della vecchiaia e nascondevano sotto una bianca parrucca l’abbondanza delle chiome nere o bionde. Tutta una tragica mascherata si insinuava tra la folla dei mercanti e degli spettatori, avanzando passo dopo passo, con la morte nel cuore, verso la linea armata oltre la quale erano la sicurezza e la libertà.

Cercalo in biblioteca

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Segui assieme ad altri 39 follower