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Recensione | Fangirl, di Rainbow Rowell

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Buongiorno e buon mercoledì! E’ ormai più di una settimana che sto rimandando la pubblicazione di questo post ma ormai è ora che mi decida ad affrontarne le conseguenze. Mi tolgo subito il dente: questo libro non mi è piaciuto. E il problema non sta assolutamente in un pregiudizio verso i romanzi etichettati come Young Adult (anche se si, effettivamente ne sono affetta) ma nel fatto che a mio parere in questo libro manca qualcosa che avrebbe davvero potuto renderlo uno di quelli che, in mezzo agli altri, fanno la differenza.

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di Rainbow Rowell

Formato: Hardcover, 516 pp.
Editore: Piemme, 2016
Genere: YA, Narrativa contemporanea
Data prima pubblicazione: 2013

Iniziamo con una rassicurazione: “Fangirl” non è un libro stupido e non è mal scritto. Non rientra nemmeno nel filone dei romanzi adolescenziali pieni di ormoni, di metafore prive di senso e di “maschi alfa” che spacciano lo stalking per gelosia. Forse stiamo finalmente andando oltre, speriamo.

La storia strizza l’occhio alla moda del momento, le FanFiction, e ci porta nella vita di Cath, un’adolescente timida e insicura, autrice della più famosa fanfiction su Simon Snow, personaggio letterario protagonista di una saga di libri e film di enorme successo (in pratica l’alter ego di Harry Potter). All’inizio della storia Cath si trasferisce all’università con la sorella gemella Wren e lì si troverà a dover affrontare le sue insicurezze e a crescere sia come persona sia nelle proprie aspirazioni da scrittrice.

La prima pecca del romanzo, secondo me, sta nell’aver reso la protagonista immatura in maniera davvero sproporzionata per la sua età. Cath ha infatti comportamenti tipici di una ragazzina di 14/15 anni, specialmente per quanto riguarda il rapporto con i ragazzi con i quali non solo è inesperta ma addirittura non prova per loro alcun interesse! Allora, capiamoci: a diciannove anni puoi essere timida e insicura quanto ti pare, anch’io lo sono sempre stata, ma i ragazzi li guardi. Eccome se li guardi! A diciannove anni anche se lo tieni nascosto perché non hai il coraggio di farti avanti ti innamori di continuo: del tizio che prende l’autobus alla tua stessa fermata, di quello della classe di fianco alla tua che non ti si filerà mai di pezza perché le ha tutte dietro, del bagnino dei Bagni Mareblù che avrà trent’anni e figurati se sta a guardare me… a diciannove anni è tutto così e più si è timidi più diventa estenuante. Cath i ragazzi nemmeno li guarda, quasi quasi le fa anche un po’ senso l’idea di baciare qualcuno… no, a diciannove anni non è possibile.

La seconda sproporzione del libro è quella che si crea attorno all’attenzione e all’approfondimento che viene dato agli eventi: ci sono pagine e pagine (per me noiosissime) incentrate sulle insicurezze di Cath, sulle sue milioni di seghe mentali, una tiritera infinita su Simon Snow e poi le parti più interessanti e che avrebbero davvero potuto rendere il romanzo l’occasione per parlare in maniera approfondita della sua famiglia e del suo rapporto con padre, madre e sorella (che poi, senza fare troppi spoiler, è il vero fulcro della vicenda, la ragione per cui Cath è così) sono trattate in modo nettamente più superficiale e restano a fare da contorno alla storiella d’amore e a questo benedetto Simon Snow. Peccato perché dall’altra parte c’è secondo me un’autrice che sa raccontare bene e che forse avrebbe dovuto osare un po’ di più e non cercare il facile consenso riducendo a mero sfondo aspetti che avrebbero permesso un migliore approfondimento dei personaggi (anche se poi è stata la strategia vincente, visto quanto ha venduto, quindi forse ha ragione lei).

Con questo non voglio dire che il romanzo sia privo di aspetti positivi: è divertente, i dialoghi sono credibili e i personaggi, per quanto abbastanza stereotipati, sono comunque piacevoli. Però la lettura è stata lentissima e gli aspetti che ho indicato prima mi hanno fatto mancare quel qualcosa in più che distingue un libro nella media ma dimenticabile da un libro interessante e che rimane impresso.

Infine non ho davvero capito perché ad un certo punto del romanzo venga nominata la saga di Harry Potter… abbiamo un “romanzo nel romanzo” che chiaramente è un alter ego di Harry Potter, mi aspetto che non esista un Harry Potter nella realtà di “Fangirl”, o meglio, che “Simon Snow” SIA Harry Potter. E invece no, ad un certo punto viene citato e il mio cervello è andato in blocco del sistema tipo i residenti di Westworld.

Ti amo ma niente di serio

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di Anna Chiatto

Formato: Ebook, 215 pp.
Editore: Piemme, 2016
Genere: Rosa, Chick-lit
Data prima pubblicazione: 2016
COPIA OMAGGIO DALL’AUTRICE

So che una copertina così zuccherosa è abbastanza strana su questo blog e in effetti il libro in questione non fa parte delle mie usuali scelte letterarie; nel caso di “Ti amo ma niente di serio” ho però fatto un’eccezione a causa della bella email ricevuta dall’autrice che mi ha molto colpito per il suo contenuto. Inoltre ogni tanto mi piace uscire dalle mie solite letture e osare anche dove non sono certa di colpire nel segno.

Per quanto riguarda il mio gusto personale, la lettura di questo libro non ha fatto mutare la mia opinione riguardo questo genere letterario e specialmente la sua variante chick-lit (nella quale mi sento di far rientrare “Ti amo ma niente di serio”), caratterizzata da storie che vedono protagoniste solitamente giovani donne in carriera e rigorosamente single, ricche di battute ironiche e condite da episodi divertenti, spesso basati su equivoci e incomprensioni, e nelle quali il “lui” di turno è generalmente un pezzo di manzo stratosferico.

Non è tanto il fatto che si tratti di storie leggere e di intrattenimento – non mi ritengo una lettrice “snob” e come mi piace leggere romanzi impegnativi, mi diverto anche a leggere libri che mi facciano semplicemente viaggiare con l’immaginazione o che mi intrattengano e mi strappino un sorriso – e nemmeno che il genere sia inflazionato e popolato di cliché (io sono una patita di gialli, che sono a rischio stereotipo tanto quando i romance). Il mio problema con questi romanzi sta principalmente in due aspetti: il primo è il tipo di ironia che utilizzano, spesso caratterizzata da uno spiccato cinismo, che a me proprio non fa ridere anzi, solitamente mi irrita. Inoltre le protagoniste sono sempre troppo iperattive per i miei gusti, piene di ansie inutili e che fanno mille sceneggiate perché gli si è rotta l’unghia o si è spezzato il tacco (ecco, questo grazie al cielo qui non c’è: in “Ti amo ma niente di serio” la protagonista è si abbastanza isterica, ma non in modo talmente eccessivo da darmi sui nervi).

Il mio secondo problema con i romanzi rosa sono le coincidenze o le trovate spesso irrealistiche che vengono inventate per smuovere un po’ le acque (e anche in questo romanzo ce ne sono un paio con le quali sono stata tentata di chiudere tutto e dire “ok, non fa per me”) e che io davvero non riesco ad apprezzare; ho notato inoltre che tra tutti i romanzi “commedia” che ho letto finora (non molti a dire il vero) quelli che ho apprezzato di più erano quelli al cui centro non c’era una coppia ma qualcos’altro: un’amicizia, il rapporto tra sorelle, il rapporto tra compaesani. E l’amore arriva solo dopo, quasi in sordina, perché la storia potrebbe tranquillamente reggere anche senza di lui.

Considerata questa premessa utile per capire il modo un cui mi sono approcciata a questo libro, vi posso dire che “Ti amo ma niente di serio” è una storia allegra, leggera e frizzante che ci permette di seguire le (dis)avventure di una wedding planner in carriera e sorridere nel vederla organizzare i matrimoni più improbabili e nel contempo gestire le sua vita sentimentale. Lo stile narrativo è, come avevo già anticipato, caratterizzato da un forte uso dell’ironia e da dialoghi fatti da botta e risposta serrati, molto cinematografico e molto fluido: non ci si incarta e non ci si annoia, questo è certo. Ogni tanto capita di incontrare qualche dialogo con le parole – come le chiamo io – “strascicate” (non so se ci sia un termine più tecnico, nel caso fatemelo sapere), ovvero quelle in cui si ripetono graficamente le vocali per simulare un urlo, ad esempio: «Emmaaaaaaaaaaaa!!» e anche questa è una scelta che non amo particolarmente (anzi, diciamo che non la sopporto, tanto per cambiare ^_^) e la scrittura è molto confidenziale.

Per tirare un po’ le fila di questa disordinata accozzaglia di parole che chiamo recensione mettiamola così: se tutto quello che ho scritto finora vi ha fatto pensare che sono una precisina rompiscatole allora leggete questo romanzo: vi divertirà sicuramente perché non è un libro improvvisato ma rispetta perfettamente i canoni del genere, ha un buon ritmo e si lascia leggere bene. Se invece ritenete che ciò che ho scritto sia ciò che vi porta a non apprezzare un libro allora forse “Ti amo ma niente di serio” non fa per voi. Fanciulle avvisate!

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