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Recensione | Il Cormorano, di Stephen Gregory con intervista alla traduttrice Monica Pezzella

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Ci sono momenti in cui parlare di libri diventa una vera e propria sfida, a volte perché l’oggetto della recensione è difficilmente descrivibile con formule più elaborate di “è una porcheria, lasciate perdere”, altre volte per il motivo opposto, perché ci sono romanzi talmente grandiosi che non esiste recensione che possa rendergli davvero merito (o almeno nulla che possa scrivere io). Poi ci sono i romanzi come questo di cui sto per  parlarvi, talmente particolari che anche una parola di troppo potrebbe rovinarvi il piacere della lettura. Io comunque ci provo.

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di Stephen Gregory

Formato: Paperback, 124pp.
Traduzione: Daniela Pezzella, Monica Pezzella
Editore: Elliot, 2016
Genere: Narrativa contemporanea, Gotico
Data prima pubblicazione: 1987

Cominciamo con una premessa d’obbligo: un po’ ovunque (social, blog, ecc.) questo romanzo viene classificato come horror. Io sono notoriamente una fifona della peggior specie e questa definizione mi aveva portato a scartare il libro quando ne avevo sentito parlare per la prima volta alcuni mesi fa, nonostante la trama mi intrigasse. Fortunatamente tramite aNobii, che è sempre fonte di interessanti incontri, ho conosciuto una delle traduttrici (la quale ha anche accettato di rispondere ad un paio di domande che trovate sotto) che ha organizzato un gruppo di lettura e mi ha convinto a leggerlo superando la mia reticenza.

Quando una giovane coppia si trasferisce nel Galles con il figlio piccolo, nel cottage ereditato da uno zio defunto, si ritrova a dover accettare un accordo davvero particolare: l’abitazione e il denaro che compongono l’eredità potranno appartenergli solo se accetteranno di accogliere come un animale domestico un cormorano che lo zio aveva tempo addietro salvato da morte certa. Nonostante la peculiarità del compito e l’aggressività mostrata fin da subito dall’animale, i due decidono di accettare la clausola ma con il passare del tempo il cormorano inizia a mostra un comportamento strano che va al di là del suo brutto carattere.

Se dovessi scegliere un aggettivo con cui descrivere questo romanzo lo definirei senza alcuna esitazione equivoco e credo che questa caratteristica sia ciò che lo rende così particolare. Purtroppo mi è davvero impossibile dire anche una sola parola in più sulla trama perché il bello qui sta proprio in ciò che non deve essere raccontato: l’atmosfera che l’autore riesce a costruire, infatti, è tale che ci si ritrova in ogni momento a dubitare delle proprie capacità di intendere quello che stiamo leggendo. Ad una lettura asettica, infatti, sembra di trovarsi semplicemente di fronte alle inevitabili conseguenze della convivenza con un animale aggressivo, mentre piccoli dettagli, avvenimenti inquietanti, comportamenti per lo meno peculiari del cormorano e degli altri personaggi, portano ad avere costantemente la sensazione che ci sia qualcosa di più, qualcosa che ci sfugge ma che a conti fatti non sta girando per il verso giusto.

Ci sono un paio di scene abbastanza pesanti che riescono pienamente nel loro intento disturbante: nonostante questo, forse il fatto che sono molto lontane l’una dall’altra (la prima è proprio all’inizio del romanzo, la seconda nella parte finale) o che sono effettivamente gli unici due episodi “forti”, riescono a non essere fuori luogo ma anzi ad accrescere il senso di inquietudine e di smarrimento del lettore che fin dall’inizio della storia si trova a scivolare, lentamente ma senza riuscire mai a fermare la caduta, verso la conclusione inevitabile di cui tutto nel romanzo – col senno di poi – acquisisce i tratti del presagio.

Con una scrittura limpida e ricca di fascino (le descrizioni dei paesaggi in cui il romanzo è ambientato sono meravigliose e poetiche, il concatenarsi degli eventi ipnotico) Stephen Gregory ci cattura in un istante ed è impossibile non restare completamente invischiati nella sua trama.

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E adesso vi lascio la mia breve intervista a Monica Pezzella: vi consiglio di leggerla perché le sue risposte sono davvero molto interessanti e riguardano non solo il romanzo in sé ma anche il processo di traduzione e di scouting, sul quale personalmente avevo molte curiosità non essendo per nulla un’esperta.

Il fascino di questo romanzo sta in ciò che rimane “non detto” e nell’atmosfera sempre più inquietante in cui si svolgono gli eventi. Com’è stato il lavoro di traduzione?

In genere il traduttore traduce un testo assegnatogli dell’editore. In questo caso ho avuto la fortuna di tradurre un romanzo che ho scelto ed è così che ho vissuto questa esperienza di traduzione: come un privilegio. Ho lavorato con uno stile che ammiravo e che volevo fortemente restituire al meglio: semplice e raffinato e allo stesso tempo audace, quasi spudorato; era indispensabile preservare queste peculiarità della scrittura per ricreare un immaginario che confonde i luoghi oscuri della mente e le suggestive fotografie di un Galles seducente e spettrale. Alla traduzione segue la revisione operata dal redattore in casa editrice: il rischio è quello di cedere alla tentazione di andare incontro a presunti (sottolineo presunti) gusti dei lettori. Se si cerca, infelicemente, di prevedere una tendenza dominante nel gusto del pubblico, si rischia di etichettare lo stile di Gregory come morboso (mi riferisco alla spudoratezza della lingua) o addirittura pesante; se si cerca, altrettanto infelicemente, di “andare incontro” alle esigente di questo inafferrabile pubblico, il rischio è quello di snaturare l’opera. Mi sono imposta di non farlo. Ed è stato bello scoprire che i lettori hanno apprezzato proprio quelle peculiarità della scrittura e della simbologia di Gregory che si temeva potessero essere percepite come “morbose e ridondanti”.

Oltre ad essere la traduttrice sei stata anche la persona che ha scoperto e portato in Italia “Il Cormorano”. Come ti è capitato tra le mani?

“Il cormorano”, pubblicato nel Regno Unito nel 1986, ha ispirato un film per la tv, The Cormorant (1993), diretto da Peter Markham, con Ralph Fiennes nel ruolo del protagonista e un meraviglioso cormorano nel ruolo di Archie. Ho visto prima il film, che purtroppo non è mai stato prodotto in Italia, e così ho conosciuto il libro, la prosa di Stephen Gregory e i suoi scenari psicologici e paesaggistici. Mi sono detta: sono passati trent’anni dalla pubblicazione ma, fosse anche l’ultima cosa che faccio, questo romanzo lo porto nel mio Paese. Da lì sono iniziati i tre anni di lavoro ininterrotto alla ricerca di un editore italiano.

Personalmente non conosco bene il procedimento di scouting di un libro. Come funziona: trovi un romanzo che pensi possa funzionare e inizi a “fare il giro” delle case editrici? E qual è stata la tua esperienza con questo romanzo?

Il processo di scouting funziona esattamente così: se un romanzo ancora inedito in Italia o i cui diritti di traduzione sono scaduti ti colpisce, ti tocca “fare il giro” delle case editrici. In questa fase il traduttore-scout si trasforma in un ibrido di ufficio diritti, ufficio stampa, agente di sé stesso e dell’opera. Si comincia, appunto, con l’assicurarsi che i diritti del libro siano liberi per l’Italia (lo si fa entrando in contatto con l’ufficio diritti dell’editore del Paese d’origine o con l’agente dell’autore). Nel caso del Cormorano, trattandosi di un romanzo di trent’anni fa riedito da più editori nel corso del tempo, è stato un processo inizialmente farraginoso, poi paradossalmente e inaspettatamente emozionante, perché mi ha portato a entrare in contatto con l’autore, Stephen Gregory, una persona speciale (uno scrittore di quelli che si pensa siano inarrivabili e che si scopre poi essere di un’umiltà sconcertante) con cui mai e poi mai avrei pensato di poter scambiare “quattro chiacchiere”. La fase più bella del processo di scouting è stata questa. Sul fronte italiano, purtroppo, è stato molto meno emozionante e gratificante. Destare l’interesse degli editori per un romanzo – a loro dire – “vecchio” non è facile; destare l’interesse degli editori per un romanzo – a loro dire – “di genere” non è facile; se questo genere è l’horror, è quasi un miraggio. Eppure, dopo tre anni passati a inviare la scheda editoriale del romanzo (una breve descrizione per presentare l’opera all’editore), il miraggio si è concretizzato. Il mio obiettivo – che temo di aver raggiunto solo in parte, a giudicare dalle modalità con cui è poi stato divulgato il libro – era superare l’etichetta di “genere”, che si tende tristemente ad appiccicare a un’opera per buttare sul mercato un prodotto che sia ben definito e “acchiappi” il fantomatico prototipo del “lettore”. Con la Elliot, che ha investito in questo progetto di traduzione, ho cercato di portare in Italia un autore che è riuscito a restituire all’horror la dignità e lo spessore lettario che l’horror sembra destinato a non dover avere: colpa delle logiche di mercato che hanno la presunzione di conoscere e prevedere i gusti di un amalgama di lettori ritenuti, in massa, limitatamente capaci di capire la letteratura. Il lettore, invece e per fortuna, sceglie e capisce e seleziona secondo il proprio gusto, che è assolutamente imprevedibile, com’è sacrosanto che sia.

E infine qualche suggerimento letterario: ci sono altri libri ancora non tradotti in italiano che ritieni possano meritare una maggiore attenzione?

Tengo molto a quest’autore, che è ancora tutto da scoprire e ha un immaginario singolare: riesce a indagare, direi con elegante e raffinata sfrontatezza, le alterazioni della mente umana. È perdipiù un degno rappresentante della letteratura gallese, quasi assente dagli scaffali delle nostre librerie. Il cormorano è stato il suo esordio letterario nel Regno Unito. Restano ben altri sei romanzi ancora inediti qui da noi ma già apprezzati in molti altri Paesi, compresi gli Stati Uniti. L’ultimo, Plague of Gulls, è di recentissima pubblicazione. Mi piacerebbe tradurre o che venisse tradotto l’intero repertorio di Stephen Gregory. E in ogni caso lo consiglio ai lettori, anche in lingua originale.

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Grazie davvero a Monica per essersi prestata a rispondere alle mie curiosità, spero che il post di oggi vi sia piaciuto e vi consiglio vivamente di leggere questo romanzo. Io intanto vado a caccia di quelli da lei consigliati nell’ultima risposta! 😉

Recensione | Fangirl, di Rainbow Rowell

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Buongiorno e buon mercoledì! E’ ormai più di una settimana che sto rimandando la pubblicazione di questo post ma ormai è ora che mi decida ad affrontarne le conseguenze. Mi tolgo subito il dente: questo libro non mi è piaciuto. E il problema non sta assolutamente in un pregiudizio verso i romanzi etichettati come Young Adult (anche se si, effettivamente ne sono affetta) ma nel fatto che a mio parere in questo libro manca qualcosa che avrebbe davvero potuto renderlo uno di quelli che, in mezzo agli altri, fanno la differenza.

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di Rainbow Rowell

Formato: Hardcover, 516 pp.
Editore: Piemme, 2016
Genere: YA, Narrativa contemporanea
Data prima pubblicazione: 2013

Iniziamo con una rassicurazione: “Fangirl” non è un libro stupido e non è mal scritto. Non rientra nemmeno nel filone dei romanzi adolescenziali pieni di ormoni, di metafore prive di senso e di “maschi alfa” che spacciano lo stalking per gelosia. Forse stiamo finalmente andando oltre, speriamo.

La storia strizza l’occhio alla moda del momento, le FanFiction, e ci porta nella vita di Cath, un’adolescente timida e insicura, autrice della più famosa fanfiction su Simon Snow, personaggio letterario protagonista di una saga di libri e film di enorme successo (in pratica l’alter ego di Harry Potter). All’inizio della storia Cath si trasferisce all’università con la sorella gemella Wren e lì si troverà a dover affrontare le sue insicurezze e a crescere sia come persona sia nelle proprie aspirazioni da scrittrice.

La prima pecca del romanzo, secondo me, sta nell’aver reso la protagonista immatura in maniera davvero sproporzionata per la sua età. Cath ha infatti comportamenti tipici di una ragazzina di 14/15 anni, specialmente per quanto riguarda il rapporto con i ragazzi con i quali non solo è inesperta ma addirittura non prova per loro alcun interesse! Allora, capiamoci: a diciannove anni puoi essere timida e insicura quanto ti pare, anch’io lo sono sempre stata, ma i ragazzi li guardi. Eccome se li guardi! A diciannove anni anche se lo tieni nascosto perché non hai il coraggio di farti avanti ti innamori di continuo: del tizio che prende l’autobus alla tua stessa fermata, di quello della classe di fianco alla tua che non ti si filerà mai di pezza perché le ha tutte dietro, del bagnino dei Bagni Mareblù che avrà trent’anni e figurati se sta a guardare me… a diciannove anni è tutto così e più si è timidi più diventa estenuante. Cath i ragazzi nemmeno li guarda, quasi quasi le fa anche un po’ senso l’idea di baciare qualcuno… no, a diciannove anni non è possibile.

La seconda sproporzione del libro è quella che si crea attorno all’attenzione e all’approfondimento che viene dato agli eventi: ci sono pagine e pagine (per me noiosissime) incentrate sulle insicurezze di Cath, sulle sue milioni di seghe mentali, una tiritera infinita su Simon Snow e poi le parti più interessanti e che avrebbero davvero potuto rendere il romanzo l’occasione per parlare in maniera approfondita della sua famiglia e del suo rapporto con padre, madre e sorella (che poi, senza fare troppi spoiler, è il vero fulcro della vicenda, la ragione per cui Cath è così) sono trattate in modo nettamente più superficiale e restano a fare da contorno alla storiella d’amore e a questo benedetto Simon Snow. Peccato perché dall’altra parte c’è secondo me un’autrice che sa raccontare bene e che forse avrebbe dovuto osare un po’ di più e non cercare il facile consenso riducendo a mero sfondo aspetti che avrebbero permesso un migliore approfondimento dei personaggi (anche se poi è stata la strategia vincente, visto quanto ha venduto, quindi forse ha ragione lei).

Con questo non voglio dire che il romanzo sia privo di aspetti positivi: è divertente, i dialoghi sono credibili e i personaggi, per quanto abbastanza stereotipati, sono comunque piacevoli. Però la lettura è stata lentissima e gli aspetti che ho indicato prima mi hanno fatto mancare quel qualcosa in più che distingue un libro nella media ma dimenticabile da un libro interessante e che rimane impresso.

Infine non ho davvero capito perché ad un certo punto del romanzo venga nominata la saga di Harry Potter… abbiamo un “romanzo nel romanzo” che chiaramente è un alter ego di Harry Potter, mi aspetto che non esista un Harry Potter nella realtà di “Fangirl”, o meglio, che “Simon Snow” SIA Harry Potter. E invece no, ad un certo punto viene citato e il mio cervello è andato in blocco del sistema tipo i residenti di Westworld.

Recensione | Piccole Donne, di Louisa May Alcott

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Gaudio e giubilo, lettori cari: oggi sono riuscita a prendermi una giornata di permesso al lavoro!! Pepperepé!! Naturalmente la motivazione di questo permesso non era starmene a casa in panciolle ma andare a seguire un laboratorio per l’università che… oddio, forse sarebbe stato meglio andare in ufficio! Perché l’amata Bicocca ha avuto la brillantissima idea di organizzare un laboratorio all’aperto, dalle 9.00 alle 13.00 il 26 di gennaio, per mostrarci come si analizzano le acque di falda. Lo capivamo anche ad Aprile, tranquilli, la falda non scappa. Non potete capire il gelo che ho provato, veramente, io così tanto freddo non l’ho mai sentito: quattro ore all’aperto, all’ombra… avevo le dita dei piedi così irrigidite che facevo fatica a piegarle, figuriamoci averci la sensibilità. Il lato positivo è che sono tornata a casa presto e ho deciso di pubblicare finalmente la recensione della mia prima lettura dell’anno, ovvero “Piccole Donne”, che vegeta ormai da troppo tempo nelle bozze del blog.

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di Louisa May Alcott

Formato: Ebook, 368 pp.
Editore: Newton Compton, 2016
Genere: Classici, per ragazzi
Data prima pubblicazione: 1868

“Natale non è Natale senza regali”, si lamentò Jo, sdraiata sulla coperta.
“È così spiacevole essere poveri!” sospirò Meg, abbassando lo sguardo sul suo vecchio vestito.
“Non è giusto che alcune bambine possano avere tutto ciò che desiderano e altre non abbiano niente”, aggiunse la piccola Amy, tirando su con il naso con aria offesa.
“Ma abbiamo il papà e la mamma, e la compagnia una dell’altra”, disse Beth compiaciuta dal suo angolo. (incipit)

Rimpiango con tutto il cuore di non aver letto “Piccole Donne” da ragazzina ma di aver atteso i 31 anni per incontrare per la prima volta Meg, Jo, Beth e Amy. Se infatti sono certa, conoscendo la presa che i romanzi dei buoni sentimenti avevano su di me, che a 8/10 avrei perso la testa per le piccole donne, oggi mi ritrovo divisa a metà tra l’aver apprezzato una storia piacevole e personaggi a cui non ho potuto non affezionarmi, e il non aver sopportato la pesantezza davvero eccessiva data dal fortissimo moralismo che permea le pagine del romanzo.

Non credo ci sia bisogno di raccontarvi la trama: il romanzo è ambientato durante la guerra di Secessione e narra la vita delle sorelle March, quattro sorelle dalle personalità molto diverse che vedremo giocare, litigare, stringere amicizie e vivere delusioni. Insomma, crescere. La guerra nel romanzo è presente solo come sfondo lontano: è la causa dell’assenza del padre e di conseguenza della crisi della loro situazione economica, ma rimane appunto un’eco lontana, mentre la vita delle donne, dei bambini e degli anziani prosegue nella costante attesa di notizie da parte dei combattenti.

Purtroppo il romanzo, a causa del fatto che fu richiesto alla Alcott di scrivere un libro per ragazze che potesse diventare un grande successo, è permeato da una fortissima morale che insiste molto su aspetti come la morigeratezza, l’umiltà, il decoro, come si addiceva all’educazione delle future donne della seconda metà dell’800. Il risultato è che oggi queste parti risultano molto pesanti ed è solo la vivacità delle avventure quotidiane delle sorelle – specialmente del carattere spumeggiante di Jo – che permette di andare oltre le onnipresenti lezioncine bacchettone e di chiudere un occhio verso una certa irrealisticità (è italiano?) che a volte colpisce i personaggi, specialmente quando vengono costretti a pronunciare discorsetti morali che risultano, al lettore di oggi, forzati e poco spontanei.

Nonostante questo aspetto, quindi, la lettura è stata comunque un’esperienza appassionante: mi sono affezionata ai personaggi e ho voglia di rincontrarli, quindi è certo che leggeró anche gli altri romanzi che li riguardano. Mi piacerebbe vedere anche la trasposizione cinematografica con Winona Ryder; chissà, magari nei prossimi giorni faccio anch’io un “libro vs. film”.

Consigliato se ti è piaciuto…
“La Piccola Principessa” di Frances Hodgson Burnett

Recensione | Nora e il bacio di Giuda

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Nuovo giorno, nuova recensione! Come forse avete notato ho già mollato sul fronte rubriche (manco col Www… Wednesday riesco ad essere costante, la rubrica più banale che esista) ma non certo su quello dei miei commenti a libri letti. Quello di cui vi parlo oggi non è la mia prima lettura del 2017 ma per questione di tempo devo dargli la precedenza: da domani infatti la casa editrice Butterfly edizioni darà il via ai festeggiamenti per i sei anni di vita scontando del 50% i libri cartacei e mettendo a 0,99 centesimi l’intero catalogo ebook. I link per acquistare sono questi:
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Nel mio ultimo post vi ho già parlato di Uno schiaffo e una carezza, libro che ho letto poco dopo Natale e che mi ha davvero colpito. La mia seconda esperienza con questa casa editrice è stata altrettanto appassionante.

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di Monica Portiero

Formato: Paperback, 212 pp.
Editore: Butterfly Edizioni, 2014
Genere: Mistery
Data prima pubblicazione: 2014

La sensazione che amo di più, da lettrice, è quella che provo quando un libro mi cattura talmente tanto da far,i dimenticare tutto quello che mi capita attorno e questa è la sensazione che ho provato leggendo “Nora e il bacio di Giuda”, romanzo che mi ha completamente avvinta tanto da avermi portato a divorarlo in un weekend.

La narrazione si divide tra due trame: quella principale racconta la storia di Nora, una studentessa universitaria che si ritrova improvvisamente orfana dei genitori ed è costretta ad accettare di vivere con la sorella maggiore, il marito e i figli di lei. La seconda trama è quella del romanzo che Nora sta scrivendo, cosicché ci ritroviamo a seguire le vicende di due protagoniste che so trovano ad affrontare delle prove molto difficili: Nora scopre infatti un terribile segreto che riguarda la madre mentre Caterina, la protagonista del suo romanzo, si trova coinvolta in una storia di omicidi e fantasmi.

Due trame diverse, entrambe davvero appassionanti: mi è piaciuto molto come è stato gestito l’alternarsi delle due storie, che non si vanno mai a sovrapporre confondendo il lettore ma si annodano l’una all’altra quel tanto che basta da renderle inscindibili. Mi sono sentita molto in empatia con entrambe le protagoniste che sono state in grado di trasportarmi nel loro mondo e coinvolgermi completamente nelle loro avventure. Peccato solo che nel finale della trama principale l’autrice inserisca un paio di scene in stile “thriller” che sarebbero state forse più in linea con la storia di Caterina rispetto a quella di Nora e che vanno secondo me un po’ a rovinare il buon bilanciamento che c’era stato fino a quel momento tra le due vicende: infatti fino a quel momento avevo trovato molto azzeccato lasciare gli avvenimenti “straordinari” nella vita di Caterina, lasciando Nora ad affrontare problemi e situazioni molto più realistici e plausibili nella vita di una persona “normale”. Nonostante questo il libro risulta intrigante dalla prima all’ultima pagina senza mai calare di tono ed è impossibile non leggerlo tutto d’un fiato..

Consigliato se ti è piaciuto…
“Il giardino dei segreti” di Kate Morton

Recensione | Uno schiaffo e una carezza

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Buon Sabato biblionauti, come sempre non ho rispettato i miei propositi: mi ero ripromessa di recuperare un po’ di recensioni durante le vacanze di Natale ma ovviamente non l’ho fatto. Che pessima che sono. Oggi però recupero almeno una delle ultime letture del 2016 anche perché ho terminato oggi il primo libro del nuovo anno e ho intenzione di parlarvene il prima possibile.

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di Ismaela Evangelista

Formato: Paperback, 97 pp.
Editore: Butterfly Edizioni, 2014
Genere: Narrativa contemporanea, psicologico
Data prima pubblicazione: 2014

“Edo, c’è posto in prima fila, dai!”
Quando le parole di mamma mi hanno raggiunto ero già completamente paonazzo in volto. Sotto e intorno alla lingua percepivo da almeno mezz’ora la diminuzione della saliva che comprometteva la mia capacità di comunicare.” (incipit)

Se il mio 2016 era iniziato male con la delusione di “Io prima di te”, si è invece concluso benissimo grazie anche alla sorpresa che mi ha regalato la Butterfly Edizioni con “Uno schiaffo e una carezza”, libro d’esordio dell’autrice Ismaela Evangelista sul quale sinceramente non nutrivo particolari aspettative, non avendo davvero idea di cosa avrei trovato tra le sue pagine.

Il libro racconta la malattia di Nazario, un bambino affetto da sindrome di Tourette, ma narrata dal punto di vista del fratello maggiore, Edoardo, al contrario completamente sano. Questa scelta ci permette sì di conoscere la storia di Nazario e l’evoluzione della sua malattia, ma soprattutto di renderci conto delle dinamiche e delle conseguenze che una malattia così grave e così debilitante comporta non solo in chi ne é direttamente affetto, ma anche in coloro che lo circondano e lo amano. Con una delicatezza ma allo stesso tempo una lucidità dovute probabilmente alla sua attività di psicologa, l’autrice mette a nudo delle verità estremamente dure da accettare: la reazione dei genitori che senza nemmeno rendersene conto caricano di aspettative soffocanti un ragazzino per il quale “non essere malato” diventa a quel punto quasi una punizione, il sentimento inconfessabile di vergogna e rifiuto per quel fratello per il quale prova contemporaneamente un immenso affetto, l’isolamento a cui la famiglia si costringe perché incapace di affrontare la malattia se non richiudendosi in se stessa.
Un libro davvero bellissimo, che in poche pagine riesce ad arrivare dritto al punto e a commuovere profondamente senza mai scadere nello stucchevole o, peggio ancora, nella banalità.

Consigliato se ti è piaciuto…
“Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte” di Mark Haddon

Mini-recensioni parte 1 | Letture natalizie

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Tanti auguri, cari lettori! Siamo finalmente arrivati al 24 dicembre e anche se dubito che qualcuno di voi in questo momento sia qui a cincischiare sul mio blog ma sarete giustamente tutti o a pregustare la cena della Vigilia, o a fare gli ultimi preparativi per domani, ho deciso comunque di pubblicare questo post riassuntivo delle mie letture natalizie di quest’anno. In realtà ne resterà fuori una, quella che farò stanotte per la Sissy e Anita Christmas Challenge, ma a questo punto ve ne parlerò nei prossimi giorni. Queste recensioni saranno mini, sia perché sono rimasta indietro e ho accumulato libri su libri, sia perché trattandosi principalmente di letture dedicate ad un pubblico davvero molto giovane – e di conseguenza sono molto, molto brevi – non ho poi così tanto da dire.

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(A Child’s Christmas in Wales)
di Dylan Thomas

Formato: Paperback, 48 pp.
Editore: Salani, 2000
Genere: Ragazzi, Racconti
Data prima pubblicazione: 1952

Una storia a metà tra racconto e poesia, molto evocativo, che ci riporta alla mente – quasi come in un flusso di coscienza – i ricordi dei natali della nostra infanzia: caldi, sereni, confortanti, familiari. Un libro che secondo me colpisce più gli adulti, per i quali ormai il Natale non é più quello di un tempo, nonostante sia destinato a giovani lettori.

Consigliato se…
Il ricordo dei natali passati è più dolce di quelli di oggi

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(The Polar Express)
di Chris Van Hallsburg

Formato: Hardcover, 290pp.
Editore: Salani, 2004
Genere: Ragazzi, Albi illustrati
Data prima pubblicazione: 1985

Ho sempre sostenuto che certi libri illustrati possano tranquillamente essere paragonati ad opere d’arte e in “Polar Express” questa mia convinzione trova l’ennesima conferma: se non sei un artista, non sei in grado di mettere il Natale (il suo calore, lo stupore, la gioia del cuore, la magia) in un libro e l’autore l’ha fatto. E’ un libro da comprare e da tirare fuori a Natale mettendolo in evidenza accanto all’albero, così che ogni persona che entra in casa può sfogliarlo e sentire ancora di più l’atmosfera magica di questa festa.

Consigliato se…
subisci il fascino degli albi illustrati

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(Den Lille Pige med Svovlstikkerne)
di Hans Christian Andersen

Formato: Paperback, 30 pp.
Editore: EL, 2003
Genere: Fiaba
Data prima pubblicazione: 1845

No, veramente… cose così tristi dovrebbero essere vietate per legge!! Una favola struggente, che avevo letto o ascoltato da bambina e che mi aveva profondamente turbato tanto da non averla più voluta leggere fino a oggi. Andersen era davvero fenomenale nel riuscire a suscitare le più forti emozioni attraverso storie apparentemente semplici. Però adesso basta, non la leggo più…

Consigliato se…
Volete farvi del male

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(How the Grinch Stole Christmas!)
di Dr. Seuss

Formato: Paperback, 53 pp.
Editore: Mondadori, 2000
Genere: Ragazzi, Racconti
Data prima pubblicazione: 1957

Non so come sia stato possibile che io non avessi mai letto questo libro fino ad ora: è un super classico natalizio per bambini ed è assurdo che io, con la mia passione per i libri per ragazzi e per le letture natalizie, abbia tirato i 31 anni per metterci sopra le mani. “Il Grinch” è un libro fantastico: divertente, in rima!! (no, non lo sapevo) e mi ha fatto impazzire la scelta di lasciare i disegni in bianco e nero colorando solo i dettagli rossi. Bello, buffo, natalizio, il libro perfetto.

Consigliato se…
Avete un bimbo O volete tornarlo voi per cinque minuti

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23664172di Corina Bomann

Formato: Ebook, 208 pp.
Editore: Giunti, 2014
Genere: Romance
Data prima pubblicazione: 2013

Un libro inutile. Non che mi aspettassi il capolavoro del secolo, però speravo di trovare un romanzo scritto alla Fannie Flagg: leggero, tenero, con un pizzico d’amore ma comunque un romanzo che lascia qualcosa, anche solo un po’ di calore natalizio. Invece no. Non voglio dire che il libro sia brutto, é che é proprio inutile: i personaggi sono tutti abbozzati, le idee carine ci sono ma anche loro sono buttate lì. Io me la vedo la scrittrice che viene chiamata dal suo editore: “Eih, Corina! Scusami guarda, mi sono scordato di dirti che vogliamo far uscire un tuo libro per Natale” “Ma come per Natale, ma manca un mese e mezzo, io non ho nulla di pronto!” “Ma si, dai che la gente basta che veda il tuo nome e il libro lo compra!” “Vabé dai, ti lascio che mi brucia il polpettone. Dopo pranzo vado a tirar fuori due o tre idee dall’archivio dei cliché natalizi e stasera ti mando una bozza.” “Grande Corina, sempre sul pezzo!”

Il problema è che adesso sono un po’ preoccupata dal fatto che io ho altri due libri di questa qua; e se sono tutti così?

Consigliato se…
Volete perdere tempo.

Recensione | La donna in bianco, di Wilkie Collins

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Finalmente sono riuscita a leggere “La donna in bianco”, libro che ho scoperto credo l’anno scorso grazie a Radio Libri e che ero certa avrei amato follemente, visto che gli indizi erano chiari: romanzo inglese ottocentesco, mistery, autore amico di Dickens e pubblicato sulla sua rivista. Non c’era decisamente possibilità di errore! Con questa lettura ho partecipato al gdl del blog Toglietemi tutto ma non i miei libri.

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(The Woman in White)
di Wilkie Collins

Formato: Ebook, 708 pp.
Editore: Fazi, 2010
Genere: Classici, Mystery
Data prima pubblicazione: 1859

Questa è la storia di quel che la pazienza di una donna può sopportare, e che la determinazione di un uomo può ottenere. (incipit)

Un intreccio che si riesce a sciogliere solo negli ultimi capitoli, personaggi intriganti ed equivoci, ritmo serrato. Questi sono gli ingredienti chiave di La donna in bianco di Wilkie Collins, romanzo pubblicato a puntate tra il 1859 e il 1860 su All the Year round, rivista diretta da Charles Dickens che di Collins fu anche grande amico. Il suo autore è indicato come il padre della “sensation fiction”, ovvero quello che oggi chiameremmo “mistery”.

Siamo nell’Inghilterra ottocentesca, un giovane maestro di disegno si sta recando nella proprietà del suo nuovo datore di lavoro – Mr. Fairlie – dove dovrà da un lato provvedere al restauro delle opere di proprietà dell’uomo e dall’altro tenere delle lezioni di disegno alle due nipoti di lui, la bella e dolce Laura Fairlie e l’acuta e caparbia Marian. Lungo la strada che lo conduce a Limmeridge House, Walter Hartright (questo il nome del narratore della prima parte del romanzo), incontra Anne Catherick, una donna interamente vestita di bianco che sta fuggendo dal manicomio in cui era stata rinchiusa. A partire da quella notte, le vite di Walter, Laura, Marian e molti altri personaggi saranno legati alla storia e al destino di Anne Catherick che riserverà a loro – e a noi lettori – una serie infinita di sorprese.

Accennavo prima al narratore: la particolarità di questo romanzo, anche questa un’innovazione straordinaria per il tempo, è l’essere costruito come una raccolta di dichiarazioni di testimoni ad un processo. Sono diversi i personaggi che si alternano nella narrazione e ciascuno di loro offre il proprio personalissimo punto di vista, che confonde le acque e non permette mai di avere una visione chiara dell’insieme: il quadro complessivo di tutti gli avvenimenti si riesce ad ottenere solo arrivati all’ultima riga del racconto e questo è davvero qualcosa di straordinario.

I personaggi, alcuni in particolare come il Conte Fosco e Marian Hartright, hanno un carisma e una forza tali da trascinare dietro di loro tutti gli altri: lui è un equivoco conte italiano, il cui vero ruolo nella vicenda non si capisce mai fino in fondo, lei è un personaggio femminile straordinariamente moderno e forte ed è impossibile non amarla molto più della fragile Laura, nonostante quest’ultima sia quella che per tutto il romanzo ne subisce veramente di cotte e di crude.

Due parole anche sull’ambientazione e sulle similitudini con altri romanzi: impossibile non restare affascinati dalle brughiere inglesi e in generale dalle descrizioni di paesaggi e luoghi. Le atmosfere gotiche che si respirano a tratti nel romanzo (penso in particolare alla scena al cimitero – chi l’ha letto sa a cosa mi riferisco – ma non solo) sono sulla stessa lunghezza di quelle caratteristiche di romanzi come Cime Tempestose o Jane Eyre. Comparabile a Jane Eyre è indiscutibilmente la rappresentazione di Anne Catherick, che mi ha richiamato alla mente il personaggio più disgraziato del romanzo della Bronte, ovvero la povera Bertha Mason.

Se amate il romanzo a tinte gotiche tipiche dell’ottocento inglese e vi affascina la componente mistery, non posso che consigliarvi di leggere “La donna in bianco”. Io purtroppo al momento ne possiedo solo la versione ebook, che avevo trovato mesi fa super scontatissimo, ma ho assolutamente intenzione di procurarmi la copia cartacea del libro (ovviamente nella splendida edizione Fazi) e tutti gli altri romanzi di Collins. Consigliato per il periodo autunnale/invernale… se poi fuori c’è la nebbia – come ieri qui a Milano – allora è un’esperienza unica.

Consigliato se ti è piaciuto…
“Jane Eyre” di Charlotte Bronte

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